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ISOLE ROBINSON: OROSIDUP


L’arcipelago delle isole Robinson è in fondo alla rada che inizia a El Porvenir.

Non ci va nessuno.

Nessuna spiaggia bianca, nessun cocco.

Niente per i turisti.

Orosidup è un’isola microscopica, ma ci vivono 100 persone. Le sue sponde sono protette dal mare con una barriera di coralli eretta dai Kuna.

Molte case hanno un piccolo approdo.

Abbiamo avvicinato l’isola – la deriva nella pancia di Luar per non rischiare di finire incagliati sui coralli – per capire dove fossimo, stavamo allontanandoci verso una isola più grande quando alcune persone e molti bambini hanno ci hanno chiamato a terra.

Andarsene era ormai impossibile, rifiutare il loro invito, la loro disponibilità non umano.

Abbiamo gettato l’ancora ed è arrivato il vice Saila dell’isola con la piroga ed i remi.

È salito a bordo ed ha cominciato a raccontare un po’ in spagnolo, un po’ in Kuna.

È alto un metro e quaranta, magro, non smette di parlare.

Gli ho offerto la birra che ha subito accettato.

Poi su un’altra piroga è arrivata un’anziana signora per vendere le molas che lui ha allontanato.

Prima doveva vendere le sue conchiglie, 3 dollari la piccola 4 dollari la grande, e doveva incassare 8 dollari per l’ancoraggio e la visita al villaggio. Ho comprato la piccola conchiglia e ha preso 20 dollari per l’ancoraggio. Il resto me lo darà a terra … anzi a isola.

Comincia a piovere, ci rifugiamo in barca.

La pioggia è battente, fitta, tutto è nero intorno. I profili delle montagne sono scomparsi, solo acqua. Acqua sotto di noi, acqua sopra di noi. Il cielo e il mare hanno lo stesso colore, il mondo si liquefa.

Da terra arrivano due canoe, tornano dai campi lungo il fiume. I tronchi scavati devono essere pesantissimi, le pagaie sono enormi, per avanzare lo sforzo è grande. Dal fiume all’isola devono percorrere 1.3 miglia, più di due km. Una distanza infinita. Lo fanno ogni giorno da sempre.

Qualche piroga a vela avanza lenta, il vento si è spento sotto la pioggia.

Il mare ci regala un’onda dolce e morbida. Il mare è a strisce di colore dondolanti su lente piccole onde che si allungano sotto al pioggia. Blu intenso, poi azzurro, grigio, crema sul bassofondo e sul corallo. Le correnti disegnano la superficie e il fondo la colora. Siamo in un mondo alla fine dei tempi. In un mondo che non c’è.

Lo spettacolo è magnifico, il villaggio accanto a noi coperto da una sottile tenda di acqua.

Il Saila scende dicendo che mi aspetterà a terra, non ci muoviamo, non voglio rinunciare alla visita all’isola anche dovessi aspettare domani … anzi credo proprio che saremo qui bloccati fino a quando il diluvio non cesserà.

A Isla Robinson, la più grande dell’arcipelago, vanno molti turisti, a Orosidup se va bene ne arriva uno all’anno, così dice il Saila.

Per questo siamo qui. Perché siamo unici. Come loro sono unici.

Perché qui tutti ci sono venuti ad attendere al pontile, anche se ancora non siamo scesi a terra.

Quante persone vivono sull’isla Robinson o in tutto il Guna Yala, il Saila non lo sa.

Ogni Saila sa il suo, il congresso generale forse sa il gran totale.

Il Saila registra le persone presenti sulla sua isola.

Sapevo che ogni tre mesi una famiglia Kuna si avvicenda nelle piccole isole disabitate.

Il Saila di Orosidup mi ha spiegato la ragione.

Le isole devono essere tenute pulite, sono della comunità di qualche congresso. Ogni tre mesi, e per tre mesi, la famiglia abita l’isola, vende le Molas, riceve qualche dollaro dai turisti e tiene ordinata e pulita l’isola, raccoglie i cocchi, che sono una grande risorsa.

Ogni congresso ha dei territori lungo un fiume, qui gli uomini vanno a coltivare ananas, manghi, banane e tutti i frutti tropicali. Percorrono ogni giorno la via del mare che li conduce dall’isola alla terra e viceversa. Vento, pioggia, sole, nulla ferma il loro lavoro e il loro viaggio. Fa parte della vita.

Ogni isola ha i suoi pescatori che procurano il pesce. Poche le reti, i più pescano con la lenza a mano dalle piroghe o con i fucili subacquei, o raccogliendo aragoste e cambombie (squisite enormi conchiglie che si trovano ovunque e in gran numero).

Ogni sera il congresso si riunisce per discutere i problemi della comunità e il Saila canta.

Isla de El Porvenir è a 7 miglia, là atterrano gli aerei da turismo, là c’è la polizia di frontiera.

Isla de El Porvenir per loro è lontanissima.

Qui non c’è polizia, qui non è proibito pescare le aragoste perché sono cibo e vita, qui il Saila ti viene ad accogliere in mare, qui non ci sono muri o tetti di metallo e tutto è come da sempre.

Sono emozioni difficili da rendere con le parole.

E’ l’incontro tra il loro vero mondo ed il nostro.

Siamo noi a casa loro e dobbiamo rispetto. Loro non sono gelosi del nostro mostruoso veliero, loro ci incontrano, vengono a vendere quello che hanno in cambio di pochi dollari. Non chiedono elemosine, vendono.

Dovevamo passare di qui, poi andare a Cartì a fare spesa e poi non si sapeva dove.

Ora siamo qui.

Aspettiamo che la pioggia se ne vada, aspettiamo di andare al villaggio, il tempo si è fermato sotto lo scroscio incessante delle gocce che cadono.

La coperta si laverà, il gommone si sta riempiendo di acqua ma non vado a togliere i tappi allo scarico, le citras (insetti piccoli come moscerini che pungono) hanno tappezzato di nero il tendalino che copre il pozzetto aspettando anche loro che la pioggia si arresti, Feliciana riposa.

Tutto il resto non esiste.

Ieri sera eravamo alla fonda vicino a El Porvenir. E’ arrivato un Perini Navi veliero in acciaio extralusso di oltre 60 metri. Una mostruosa barca a vela che si è spinta fino qui. E’ rimasta un po’ in mezzo al canale che improvvisamente da enorme è sembrato piccolo, poi è partita all’imbrunire.

Nessun capitano a San Blas navigherebbe di notte.

Loro sì.

Delirio di onnipotenza.

Per fortuna non sono venuti fin qui, la vela sarebbe stata molto più grande dell’isola.

E’ questo che i Kuna combattono. Non li hanno conquistati gli Spagnoli, gli Inglesi, ora i loro territori, il loro mare, appartengono a Panama, la nostra civiltà si insinua nella loro vita, come un virus letale che li porterà alla miseria in cui vivono tutti i popoli sottomessi.

Vorrei che i Kuna avessero il diritto di rimanere Kuna.

Nelle loro capanne senza pavimento, nelle loro tradizioni millenarie, vorrei che non si lasciassero conquistare.

Loro conoscono i valori e la felicità che i popoli “civili” hanno perduto.

Sono venuto qui per capire cosa fino ad oggi ha salvato i Kuna.

Sotto l’acqua che cade un ragazzino sulla piroga, pesca.

Avvicina la “mangianza” pagaiando veloce alla ricerca della grossa preda. Poi si ferma e strattona la lenza con lunghi colpi veloci. Spera nell’abbocco.

Lui non teme la pioggia.

Nudo pesca.

Lavora.

Preparo un piatto di spaghetti con pomodoro capperi e tonno. La dispensa è quasi vuota. I ragazzi francesi che erano con noi sono andati via, piangendo, questa mattina presto.

Cucino senza generatore acceso, la piastra funziona anche solo con le batterie alimentate dalla pala eolica. Dal rubinetto è uscita acqua bollente e purissima.

I kuna vanno al fiume a prendere la loro acqua.

Il Saila ci aveva invitato a terra dicendo che sull’isola avremmo trovato un pasto caldo.

Ma “forse” non siamo ancora abbastanza forti per questi pasti.

Sta spiovendo. Spero di andare a terra dopo pranzo.

Devo svegliare Feliciana … il cullare delle onde ed il ticchettio della pioggia sono un sonnifero strepitoso!

La pioggia è terminata. Il sole è tornato e siamo andati in visita al villaggio.

Arrivando ci hanno indicato il pontile di attracco.

Ad attenderci tutto il villaggio. Una sensazione strana.

Qui, ha detto il Saila, arriva un turista l’anno.

E si vede.

I bambini avevano una novità, erano tutti a ridere e guardarci.

Le donne tutte con le molas da vendere.

Quante molas avrei voluto comprare! Ma non è possibile comprare le molas a tutte.

I sentieri tra le capanne sono puliti, le case sono pulite. I bambini sono puliti.

E’ un mistero per ora imperscrutabile.

Abbiamo camminato fra le case.

Abbiamo guardato dentro le case, le amache appese, le poche e povere suppellettili, qualche sedia di plastica.

Qualche bellissimo pappagallino piccolissimo e domestico.

Ne vorrei uno anche io per tenerlo appollaiato sulla mia mano o sulla spalla. Quando tornerò dall’Italia lo verrò a prendere.

Meravigliosi.

Una ragazzina aveva in mano una piccola conchiglia lucida e perfetta, la mostrava e nascondeva sorridendo. La speranza era certamente che noi la comprassimo. Ma come sempre non si può comprare tutto.

Alle donne non piace essere fotografate, fuggono ridendo.

Ai bambini invece piace e spesso ti chiedono di essere fotografati, scattare le foto nelle case non è possibile.

E’ giusto così.

Ciò che abbiamo percepito è un misto di curiosità, ma anche di affetto.

Ci guardavano incantati.

Mi sono sentito un po’ la scimmietta allo zoo.

Ma io, non loro.

Loro erano nel loro territorio, nella loro casa, contenti della visita. Convinti della loro vita.

Due bambini albini, bianchi, incredibili, mangiavano una zuppa che era impossibile comprendere cosa contenesse. Gli altri bambini neri, con i denti perfetti, bianchissimi come hanno tutti i Kuna.

Il Saila era a pesca, ci ha ricevuti Virgilio nella sua casa.

Lui ha un dizionario Kuna-spagnolo, privilegiato nella cultura; ci ha raccontato molte cose dei Kuna parlando un misto spagnolo che inizio a comprendere.

Ha voluto essere fotografato ma con la maglietta ed il cappello in tinta, l’orologio, gli occhiali.

La vanità non ha confini!

Con lui un ragazzino, che ha chiesto di essere fotografato.

Abbiamo guardato insieme il dizionario.

Quando siamo tornati al tender dietro le nostre spalle molti occhi curiosi e ridenti.

Ma loro non sanno che torneremo ancora, e forse molte volte.

E’ straordinario vedere tanti sorrisi, straordinario vedere persone estremamente semplici, che conoscono i grattacieli di panama city e sono felici di vivere in una isola dove non esiste l’acqua corrente, l’energia elettrica, dove il pesce viene pescato ogni giorno e la frutta raccolta ogni giorno e l’acqua portata dal fiume, ogni giorno.

Qui non esiste il concetto del consumo, ma ho visto una signora in casa parlare animatamente al cellulare.

Sta scendendo la sera ma il sole è caldo e splendente.

Sul mare calmo le piroghe tornano a casa.

Abbiamo ricevuto un messaggio dai ragazzi francesi, ci ringraziano dell’accoglienza nella loro breve vacanza con parole commoventi.

Ho pianto con il sole che scende.


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