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VIVERE SAN BLAS


E’ un’altra storia.

La vita a casa è un’altra storia.

La vita a bordo di un veliero è un’altra storia.

A casa ci sono la città, i supermercati, l’ospedale, ogni servizio e bendidìo.

La città è piena di “cose”.

Ci sono i ristoranti, gli amici, la vita, i guai del quotidiano vivere. Di tempo per noi ne resta poco.

Quando si lavora, proprio niente.

Ma ho bisogno di spiegarvi cosa vuol dire “vivere nel mondo occidentale di oggi”?

Le periferie delle città sono piene di favelas che nessuno vede, compaiono per i fatti di violenza, punto.

La Caritas offre cibo e letto a chi non ha più di che vivere.

Nessuno lo sa e tutti fanno finta di non vedere.

I benestanti corrono dietro ai loro mille interessi, non hanno tempo per nulla. Non c’è tempo per fermarsi, per ascoltare gli altri, per capire se stessi, per accogliere il cuore delle persone che ci circondano, si corre e basta.

Il re denaro è il burattinaio della vita di tutti.

A San Blas esiste il silenzio che non siamo abituati ad ascoltare, esiste l’oblio che ci porta a guardare dentro di noi, esiste il tempo che scorre e non c’è nulla da fare, se non provvedere al pasto ed al sonno.

Non si corre.

Si è fermi, assolutamente fermi.

C’è il mare, quieto.

Ci sono le isole sparse sul mare.

Ci sono le montagne che si stagliano contro il cielo.

Albe e tramonti che si susseguono senza fare rumore.

Il tempo si perde, giorni e ore che se ne vanno lasciandoci solo la pace dei luoghi.

Qualche volta facciamo festa in spiaggia, in realtà poche sere, perché qui i velieri sono tutti impegnati nel charter e quando non lo sono, sono parecchio solitari, perduti fra le rade.

Qualche volta abbiamo visite di qualche barca.

Qualche volta arrivano le barche dei Kuna a vendere pesci, verdura, molas.

Eventi.

Per il resto il tempo è a bordo, un po’ in spiaggia, qualche nuotata.

Io guardo il mare.

Già … guardo il mare.

Racconto una storia vera: un ricco industriale ha venduto la ditta ed ha ottenuto molto denaro.

Voleva un periodo di pace su un’isola del Pacifico.

La famiglia non lo ha seguito, lui ha condiviso il denaro con la famiglia, in parti uguali, ed è partito.

Un mio amico era per lui come un fratello.

Non capiva ed è andato a cercarlo, lo ha trovato seduto sua sedia di tela sulla spiaggia.

Ha atteso due ore nascosto nelle palme per vedere cosa accadesse, poi stufo lo ha avvicinato chiedendogli cosa stesse facendo.

La risposta è stata: guardo il mare, siedi e guarda il mare.

Il mio amico credeva di impazzire!

L’industriale non è mai tornato a casa, là viveva senza soldi, e questo lo ha fatto riflettere sul senso della sua vita, del suo folle correre e di quanto poco lui si è occupato della sua anima.

Io guardo il mare.

Sono partito ossessionato dalle disgrazie che la vita mi ha regalato a piene mani (ovviamente per chi sa, “colpa mia” e della mia incapacità di vivere).

Oggi tutto si è spento.

Quasi non ricordo, e se voglio ricordare è perché compio un atto volontario.

Io guardo il mare.

Quello che accadrà domani è relativo, esiste da sempre una soluzione ai problemi.

I Kuna dicono di essere pazienti ed aspettare perché “tutto si soluziona”.

Hanno ragione, tutto ha una soluzione ed una fine.

Anche la vita.

Per questo “forse” è difficile “vivere” San Blas.

Non visitare, vivere.

Non è una fuga dalla civiltà, non è un rifiuto del mondo, è una pausa di meditazione.

È la possibilità di avere il tempo di guardarci dentro, come gli antichi eremiti.

È la possibilità di meditare in una filosofia pura.

È l’acquisizione del coraggio di essere se stessi non mediati dalle esigenze di sopravvivere nell’urbano quotidiano.

Vivere San Blas è la possibilità di reincontrare se stessi.

Capire chi siamo e saremo, dimenticando chi siamo stati.

Può accadere che questo sia un confronto difficile.

Può accadere che non abbiate più voglia di vivere come avete vissuto, che vi passi la voglia di tacere, di accettare compromessi, di raccontare mezze verità per non urtare la suscettibilità degli altri, può accadere che quello che non desideravate del vissuto divenga inaccettabile.

Diventa così difficile pensare di tornare al mondo che vi ha generati.

Si chiama “pericolo San Blas”

Per questo guardo il mare, a San Blas.

Se vuoi un ufficio di cambio non lo trovi, i bancomat non esistono, i cinema, i bar, le discoteche sono a Panama, non esistono negozi di alcun genere, per avere rhum e sigarette, oltre a frutta e verdura, dovete navigare 10 miglia.

Il mercato è a bordo delle barche dei Kuna.

Il pesce arriva sempre, aragoste e granchi sono spettacolari, frutta e verdura non si sa mai quando arrivano, ma arrivano.

In qualche luogo c’è il collegamento con internet ed i media.

Questo per me è già di troppo, anche se è utile. Il mezzo di comunicazione standard è la radio VHF.

Gli amici si incontrano navigando.

Quando ci si incontra spesso si cena insieme. Luar 040 è grande e accogliente. Sono sempre loro a venire a bordo da noi. Anche a questo bisogna essere pronti.

Se hai bisogno di un meccanico, non c’è, non ci sono ricambi, devi essere autonomo, in tutto.

Anche questo fa parte del vivere San Blas.

Qui però nessuno si preoccupa di questo, tutto è inutile a San Blas.

Se la sera sei senza birra accosti una barca e avrai la birra.

Così è.

Importante è avere il mare, spostarsi a vela a passo lento tra isola e isola, godere il caldo del mezzogiorno, che fa rifugiare sottocoperta, e il fresco della sera per cenare e chiacchierare in pozzetto.

Poi resta la notte fresca, le ombre, le poche luci sparse qua e là, oppure il buio totale che maschera ogni cosa.

Così la notte guardo il mare.

I fili di nuvole che si alzano sui monti, i pennacchi neri dei cocchi sulle isole.

In questo silenzio vado a cercare quello che non ho mai visto.

Lentamente, notte dopo notte.

E vedo, sempre di più.

Ogni tanto la manta salta alta e cade con un tonfo accanto alla barca, ed è uno spavento che turba la quiete.

Altri rumori non ne udirete.

Solo il fruscio dell’aliseo che è eterno.

Così ascolto l’aliseo che mi parla mentre la poppa batte sull’onda la sua musica.

Quando dormo la barca mi culla, il sonno è profondo, totale e ristoratore.

Niente incubi notturni, svegli alle tre perché avete dimenticato qualcosa.

Qui il riposo è vero e liberatorio.

Sopravvivere a se stessi è difficile, non venite a vivere San Blas, se non ne siete capaci.

Oppure venite qua e guardate il mare.

A San Blas vivono i Kuna. Loro non hanno nessuno dei bisogni che il mondo occidentale ci obbliga ad avere.

Vivono sulla sabbia, nuotano come i pesci, ascoltano la natura, dormono sulle amache sotto un tetto di foglie e sono felici così.

Il confronto è difficile

Facile è chiamarli selvaggi.

Quando guardo gli occhi dei bimbi, quando ascolto le parole dei vecchi, allora mi sorgono molti dubbi sul loro essere selvaggi.

I Kuna hanno i loro “credo”.

Grazie a questi sono ancora Kuna e ci hanno trasmesso dalla notte dei tempi questo paradiso dove il corallo cresce e non muore, dove le barriere si formano e non scompaiono, dove ogni isola ha la sua famiglia di falchi e la natura è in perfetto equilibrio. I fiumi sono incontaminati, l’oro rimane nei fiumi, le isole rimangono “famiglie”.

Dove questi valori si sono mescolati con la nostra subcultura il paradiso scompare.

Per questo sono a San Blas.

Per imparare a guardare il mare con gli occhi di un Kuna.

I Kuna non pagano bollette, affitti, assicurazioni, spese bancarie, tasse … ma vivono.

Forse non girano il mondo, forse hanno una vita senza le “comodità”, sicuramente possono morire per una stupida malattia, ma non ne pagano il prezzo.

Sicuramente essere qui è un privilegio di pochi, ma essere qui obbliga a riflettere.

Quanto vale quello che abbiamo noi “evoluti”?

Mi sto chiedendo cosa hanno da insegnarci questi “selvaggi”.

La loro organizzazione sociale nelle isole “pure” è stupefacente.

Un “socialismo reale” fatto di organizzazione per la vita.

Piano piano capirò tutto questo.

Per ora devo imparare bene lo spagnolo e un po’ di Kuna.

Prossimo passo.


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